Vallanzasca e la mostra delle atrocità
La persona nella foto qui a sinistra si chiama Renato Vallanzasca. E' nato a Milano il 4 maggio 1950 e, come capo di una banda criminale chiamata Banda della Comasina, negli anni '70 è stato autore di rapine, sequestri di persona e omicidi sia di gente comune che di militari intenti a braccarlo. Dopo vari tentativi di arresto ed evasioni, Vallanzasca è stato condannato a quattro ergastoli e 260 anni di reclusione.
Vallanzasca è stato un truce assassino, amante della bella vita e del vizio. Nulla di diverso dai camorristi che inondano le cronache di sangue dei nostri giorni con l'unica differenza che negli anni '70, gli anni di piombo, l'opinione pubblica era abituata ai morti ammazzati ed i banditi di bell'aspetto venivano idolatrati nei film come nella vita di tutti i giorni, almeno finché i morti ammazzati non erano i propri.
Sul "bel René", come veniva chiamato in giovane età, è stato recentemente realizzato un film da Michele Placido chiamato "Vallanzasca - Gli angeli del male" nell'assurda tendenza di questi ultimi anni a mitizzare i peggiori criminali. Questa improvvisa notorietà in semi libertà (dal 8 marzo 2010 può usufruire del beneficio del lavoro esterno) deve aver risvegliato nel criminale il delirio di onnipotenza assopito dagli anni di carcere tanto da far parlare di se in prima persona.
Durante le festività natalizie insieme alla moglie Renato Vallanzasca si sarebbe così indispettito dei frequenti e rituali controlli da parte delle forze dell'Arma tanto da urlar loro contro la frase "Non sono un detenuto da quattro soldi" pretendendo altresì di non essere controllato assiduamente dalle forze di Polizia, in particolar modo in certi orari che potessero arrecargli disturbo, minacciando, in caso contrario, di rivolgersi ai mass media per denunciare quella che, a suo giudizio, sarebbe una forma di persecuzione.
Per un verso sono d'accordo con Vallanzasca, egli non è un detenuto qualunque. E' un feroce assassino graziato dall'ordinamento giudiziario della società civile. Vallanzasca dovrebbe ringraziare ogni italiano ogni singolo giorno della sua libertà per avergli permesso di rivedere il mondo "in diretta" e non mediato dalle sbarre di una cella o da un televisore. Qui militari che egli ha minacciato sono proprio lì per permettergli di vivere ancora.
Ma il delirio di onnipotenza di chi uccide per il potere, la fama ed il denaro, non si può redimere. Nemmeno dopo decenni di carcere.
Probabilmente il bel René è convinto di essere un martire, un eroe, e che il mondo intero debba essergli riconoscente per aver ricevuto in dono il film sulla sua storia.
Se mi è concesso spero che possano venirgli revocati i benefici, come fortemente richiesto dal sindacato nazionale della polizia penitenziaria, in modo che possa riflettere meglio sulla propria vera natura e di quanto possa essere stato irriconoscente verso uno Stato che, sebbene temporaneamente, aveva a lui concesso una immeritata libertà.
Mangano, Vallanzasca, quelli della "banda della magliana", quelli della "uno bianca", Riina, Provenzano e via dicendo, non - sono - eroi.












